Lingue e Visioni del Nord: Un Dialogo con Roberto Luigi Pagani

Photo: Roberto Luigi Pagani / Un Italiano in Islanda

Arrivare in un paese straniero, all’inizio, sembra una questione pratica. Orientarsi, leggere i cartelli, capire come chiedere indicazioni. La difficoltà appare soprattutto linguistica: trovare le parole giuste per dire quello che diresti a casa tua. È un’idea rassicurante. Implica che il mondo sia più o meno lo stesso ovunque, e che la lingua serva solo a etichettarlo in modo diverso. Poi questa sicurezza comincia a cedere, poco alla volta.

Ti accorgi che non tutte le frasi passano da una lingua all’altra senza perdere qualcosa. Alcune diventano troppo pesanti, altre troppo vaghe. Ci sono cose che nella tua lingua dici senza pensarci e che, nella lingua dell’altro, suonano strane o fuori posto. Non è più solo una questione di vocabolario. È come se mancasse il contesto invisibile che sostiene le parole. Come se certe idee, semplicemente, non trovassero lo stesso spazio per esistere. È in questa frattura che l’esperienza personale incontra una prospettiva teorica precisa: quella dell’etnolinguistica.

L’etnolinguistica nasce dall’incontro tra linguistica e antropologia e parte da un presupposto semplice: la lingua non è neutra. È un prodotto culturale. Dentro ogni parola si depositano abitudini, valori, relazioni, modi di vedere il mondo. Non studia solo come si costruiscono le frasi, ma che cosa quelle frasi rendono possibile pensare e dire in un determinato contesto. Parlare una lingua significa, in qualche misura, entrare in un sistema di significati costruito nel tempo da una comunità. Questa idea, che sulla carta può sembrare teorica, diventa concreta quando vivi all’estero. La incontri nei dettagli quotidiani. Nel modo in cui si saluta qualcuno. Nella distanza tra i corpi. Nella scelta tra essere diretti o attenuare una richiesta. In alcune lingue devi esplicitare elementi che nella tua restano impliciti.

In altre puoi lasciare in sospeso ciò che per te andrebbe chiarito. Ogni scelta linguistica riflette un’idea di relazione, di tempo, di responsabilità.

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L’etnolinguistica si occupa proprio del legame tra forme linguistiche e pratiche culturali, mostrando come le lingue non siano semplici strumenti neutri, ma modi diversi di organizzare l’esperienza. Per esempio, osserva come le lingue classificano la realtà: alcune distinguono con grande precisione ambiti specifici, come i rapporti di parentela o l’orientamento nello spazio, mentre altre usano categorie più ampie.

Un caso interessante è quello del norvegese, in cui l’orientamento spaziale è espresso con grande frequenza e precisione attraverso avverbi come fram, in avanti, tilbake, indietro, bort, via,  o opp e ned, su e giù. Queste parole, usate quotidianamente, riflettono un’attenzione particolare per il movimento nello spazio, probabilmente legata anche all’ambiente naturale complesso della Norvegia. In questo modo, la lingua abitua i parlanti a percepire e descrivere con maggiore precisione le direzioni e gli spostamenti.

Anche sul piano delle relazioni sociali emergono differenze significative. In norvegese, infatti, si utilizza quasi esclusivamente la forma du, “tu”, anche in contesti formali o con persone sconosciute, a differenza dell’italiano che distingue tra “tu” e “Lei”. Questa caratteristica linguistica riflette e al tempo stesso rafforza una cultura fortemente egalitaria, in cui le distanze gerarchiche sono ridotte e i rapporti risultano più diretti e informali.

Un altro ambito in cui la lingua mette in evidenza aspetti culturali è il rapporto con la natura. L’espressione norvegese ut på tur, che significa letteralmente “uscire per una passeggiata”, non indica semplicemente un’attività fisica, ma richiama un’intera concezione della vita all’aria aperta, vissuta come pratica quotidiana, semplice e accessibile a tutti. Anche in questo caso, la lingua non crea l’esperienza, ma la rende più visibile e centrale.

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Un aspetto cruciale riguarda inoltre il lessico emotivo. Ci sono parole intraducibili che indicano stati d’animo specifici di una cultura. Un esempio è il norvegese koselig, che non si può tradurre con una sola parola italiana: indica una sensazione di benessere intimo e condiviso, spesso legata a un’atmosfera accogliente e rilassante. Quando si incontrano parole di questo tipo, si capisce che non è solo una questione di parole mancanti, ma di esperienze nominate in modo diverso e riconosciute con maggiore precisione.

Nel complesso, questi esempi mostrano che nessuna lingua è più ricca di un’altra, ma che ciascuna orienta l’attenzione in modo diverso. La lingua funziona dunque come una lente: non crea il mondo, ma ne mette a fuoco certi aspetti più di altri, rendendo alcune esperienze più evidenti, frequenti e condivise all’interno di una cultura.

Ogni lingua offre percorsi preferenziali. Modi tipici di costruire frasi, di attribuire cause, di esprimere emozioni. Abitarla significa adattarsi a quei percorsi. Non perdi il tuo modo di pensare, ma ne acquisisci un altro, che si attiva in certi contesti. È come avere due mappe per orientarti nella stessa realtà.

Questa trasformazione si riflette anche nel modo in cui ti percepisci. Non diventi un’altra persona, ma sei leggermente diverso. Più diretto in una lingua, più cauto in un’altra. Più sintetico qui, più esplicito lì. Anche le emozioni cambiano intensità: ciò che in una lingua suona forte, in un’altra può sembrare attenuato, o il contrario. Non cambia chi sei, ma cambia come prendi forma nelle parole.

Nel lungo periodo, questa esperienza produce un effetto più profondo di quanto sembri all’inizio. Non perché la lingua cambi il pensiero in modo meccanico, ma perché ti costringe a confrontarti continuamente con alternative. Ogni frase diventa, per un certo tempo, una scelta consapevole.

E questa attenzione si estende oltre la lingua: al modo in cui interpreti le situazioni, giudichi i comportamenti, definisci ciò che conta.

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Vivere in un contesto linguistico diverso non è una trasformazione improvvisa, bensì un accumulo di piccoli spostamenti. Nelle parole che scegli. Nelle sfumature che inizi a cogliere. Nelle cose che smettono di sembrare ovvie. Alla fine, quello che cambia non è tanto ciò che puoi pensare, ma la facilità con cui accedi a certe prospettive. Diventi più consapevole del fatto che ogni lingua è anche una visione del mondo, organizzata storicamente e culturalmente.

Ed è qui che l’etnolinguistica offre forse il suo contributo più utile: dare un nome e una struttura a questa esperienza. Mostrare che quella sensazione iniziale di “qualcosa che non torna” non è un limite personale, ma il segnale di un passaggio tra sistemi distinti.

Muoversi tra lingue diverse significa, in qualche modo, muoversi tra mondi lontani. Si comprende allora quanto sia decisivo il contributo di studiosi della lingua e del linguaggio, capaci di illuminare, con rigore e finezza interpretativa, le trame profonde che sottendono tale complessità. 

È dentro questo orizzonte che si colloca l’incontro con Roberto Luigi Pagani, ideatore del progetto online Un Italiano in Islanda, linguista, paleografo e docente presso l’Università d’Islanda a Reykjavík, figura di riferimento negli studi nordici in Italia. La sua attività si distingue per una rara capacità di coniugare rigore accademico e sensibilità divulgativa, rendendo accessibili ambiti di ricerca spesso percepiti come distanti o specialistici.

L’ho conosciuto a Gubbio, durante il Festival del Medioevo. Un contesto che non mi aspettavo così vicino ai temi che stavo vivendo in prima persona. Si parlava di Groenlandia, d'Islanda, di rotte verso il Nord America e anche della mia Norvegia. Racconti lontani nel tempo, segnati da mistero e spirito d’avventura, che ci fanno intravedere la grande storia del Nord, ancora oggi non completamente conosciuta.

Photo: Roberto Luigi Pagani / Un Italiano in Islanda

In quei giorni, la conversazione con Roberto è andata oltre gli interventi ufficiali. Con lui e con la compagnia islandese Lara si è aperto uno scambio più diretto, quasi naturale. Non si parlava solo di viaggi o di luoghi, ma di come quei luoghi prendono forma nella lingua. Di come una lingua, a forza di usarla, finisce per cambiare il modo in cui guardi le cose.

Roberto ha una presenza particolare. Da un lato il rigore del linguista, del paleografo, dello studioso. Dall'altro una familiarità concreta con ciò di cui parla. L'Islanda, l'antico norreno, l'insegnamento universitario: tutto questo non resta teoria. Si traduce in un modo di spiegare che non separa mai lingua e vita.

E in questo percorso, incontri come quello con Roberto Luigi Pagani diventano punti di orientamento. Non tanto perché danno risposte definitive, ma perché aiuta a vedere meglio le domande. A collegare l'esperienza personale a qualcosa di più ampio. A capire che dietro ogni lingua c'è sempre, in qualche forma, un modo diverso di abitare il mondo.

Per quanto mi riguarda, Roberto ha rappresentato un riferimento concreto nello studio della lingua norvegese. Su suo suggerimento, tempo addietro, grazie anche all'intermediazione del caro amico Stefano, ho avuto modo di seguire alcune lezioni di norvegese presso l'Istituto Culturale Nordico, una realtà preziosa e quasi unica nel mio paese d'origine, per chi sceglie di rivolgere lo sguardo verso il Nord.

Alcuni anni fa, ha inoltre pubblicato "Fondamenti di Grammatica Norvegese", una delle prime grammatiche introduttive dedicate a chi desidera avvicinarsi a questo idioma: un testo essenziale, ma di grande valore, che per me ha costituito un vero ponte verso la comprensione di una lingua tanto affascinante quanto esigente.

Photo: Istituto Culturale Nordico                                                                                                                        Photo: Roberto Luigi Pagani / Un Italiano in Islanda

Dopo il nostro piacevole incontro, ho deciso di contattarlo per provare a comprendere più a fondo come si possa costruire una riflessione sulla lingua insieme a chi, come lui, unisce la competenza del linguista, attento ai suoni e alle strutture delle lingue nordiche, a una rara capacità di restituire e rendere accessibili patrimoni antichi.

Roberto, sei partito con lo studio del norvegese e hai anche pubblicato un breve testo di grammatica. Come è stato il passaggio con l’islandese e qual è il rapporto tra queste due lingue?

Il passaggio dal norvegese all’islandese è stato allo stesso tempo naturale e radicale. Naturale, perché entrambe le lingue appartengono al ramo nordico germanico e condividono un’origine comune; radicale, perché l’islandese ha conservato una struttura morfologica molto più complessa, che il norvegese moderno ha in gran parte semplificato. Imparare il norvegese è stato una passeggiata in confronto all’islandese.

Studiare norvegese mi ha fornito una prima porta d’ingresso al mondo linguistico scandinavo, soprattutto sul piano lessicale e sintattico. L’islandese, però, richiede un salto di complessità: introduce un sistema di casi come il latino, una flessione verbale più articolata e una continuità molto forte con la lingua norrena delle saghe. In questo senso, il rapporto tra le due lingue è quello tra una lingua moderna standardizzata e una lingua che mantiene un legame diretto con la propria tradizione medievale.

L’idea della lingua come “lente” sulla cultura è molto alla base delle tue riflessioni: da docente di islandese, in cosa ritieni che consista il valore di una lingua?

Una lingua non è semplicemente uno strumento per comunicare contenuti, ma un sistema che organizza l’esperienza. Attraverso le categorie grammaticali, le scelte lessicali e le strutture sintattiche, una lingua seleziona ciò che è rilevante e ciò che non lo è.

Nel caso dell’islandese questo è particolarmente evidente: la conservazione di strutture antiche e la forte consapevolezza metalinguistica della comunità parlante fanno sì che la lingua diventi anche uno spazio di identità culturale. Studiare una lingua significa quindi entrare in una logica diversa, non solo imparare parole nuove. È questo che cerco di trasmettere agli studenti: la lingua come accesso a un modo diverso di vedere il mondo.

Photo: Roberto Luigi Pagani / Un Italiano in Islanda

Hai sempre mostrato molto impegno nel voler far conoscere aspetti culturali dell’Islanda. Da cosa nasce questa spinta divulgatrice?

Nasce in parte da un’esperienza personale. Quando si entra in una cultura diversa, ci si accorge rapidamente di quanto siano invisibili molti aspetti anche fondamentali. Nel caso dell’Islanda, questo è ancora più evidente perché si tratta di una realtà relativamente piccola e fortemente vittima di stereotipi e pregiudizi, ma estremamente densa dal punto di vista storico e culturale.

La divulgazione è quindi, per me, un tentativo di rendere esplicito ciò che normalmente resta implicito. Ho proprio un’esigenza di contrastare semplificazioni e stereotipi: l’Islanda viene spesso raccontata in modo superficiale, mentre è un contesto molto più complesso. Il lavoro divulgativo serve a restituire questa complessità senza perdere accessibilità.

Nel tuo "Grande Libro del Folklore Islandese", quanto emerge il legame profondo tra lingua, immaginario e visione del mondo islandese? E quanto pesa la traduzione nel perdere certe sfumature culturali?

Il legame è fortissimo. Il folklore islandese non è semplicemente una raccolta di racconti, ma un sistema di rappresentazioni che riflette il rapporto con l’ambiente, con l’isolamento geografico e con la tradizione narrativa medievale.

La lingua è il veicolo di tutto questo. Molti termini, formule e strutture narrative portano con sé implicazioni culturali difficili da rendere in traduzione. Tradurre significa inevitabilmente interpretare, e quindi anche perdere qualcosa. Il problema non è solo lessicale, ma riguarda interi campi semantici e associazioni culturali.

Nel libro ho cercato di mantenere il più possibile queste sfumature, spiegando quando necessario. La traduzione, in questo senso, non può essere trasparente: deve essere accompagnata da un lavoro di mediazione.

Photo: Roberto Luigi Pagani / Un Italiano in Islanda

Se dovessi riassumere il filo che unisce i tuoi lavori, grammatica, divulgazione e folklore, quale idea di lingua e cultura li tiene insieme?

Il filo conduttore è l'idea che lingua e cultura non siano separabili. La grammatica non è un insieme di regole astratte, ma la struttura attraverso cui una cultura si esprime; il folklore non è un insieme di storie isolate, ma un sistema narrativo che prende forma attraverso la lingua; la divulgazione è il tentativo di rendere accessibile questa interconnessione.

In tutti i miei lavori cerco di mostrare che imparare una lingua significa entrare in un sistema culturale complesso. Non si tratta solo di competenza linguistica, ma di comprensione profonda. Ed è proprio questa profondità, spesso trascurata, che considera il vero valore dello studio linguistico.

Photo: Roberto Luigi Pagani / Un Italiano in Islanda

Le risposte di Roberto mostrano con grande chiarezza un filo conduttore preciso: la lingua come sistema che struttura l'esperienza, come accesso a una visione del mondo e non semplice strumento comunicativo. Dalla riflessione sul rapporto tra norvegese e islandese, dove emerge il passaggio da una lingua moderna a una che conserva una profondità morfologica e storica, fino al legame tra lingua, folklore e traduzione, si delinea un'idea coerente e rigorosa: ogni lingua non solo descrive la realtà, ma la organizza, la seleziona, la rende pensabile in certi modi piuttosto che in altri.

In questo senso, anche il lavoro divulgativo che Roberto porta avanti acquista un significato più preciso. Non si tratta semplicemente di “raccontare” l'Islanda, ma di rendere visibili quelle strutture implicite che normalmente restano invisibili a chi guarda da fuori. Contrastare gli stereotipi, ripristinare la complessità, mostrare i legami tra lingua, storia e immaginario: tutto questo è, in fondo, un'estensione naturale della sua idea di lingua come sistema culturale.

È proprio a partire da questo sfondo che si può leggere anche un altro elemento, più discreto ma altrettanto significativo: il rapporto con il Grande Nord. Non più soltanto come spazio geografico o esperienza personale, ma come luogo in cui queste dinamiche diventano concrete, osservabili, vissute.

Un Nord che, nelle nostre esperienze, si è delineato attraverso percorsi diversi, abitato con sensibilità differenti, ma vissuto come qualcosa che va oltre il semplice spazio geografico. Per me è stato un incontro progressivo, quotidiano, legato all'esperienza diretta delle Vesterålen; per Roberto, un percorso più stratificato, intrecciato allo studio, alla ricerca e alla lingua.

Photo: Roberto Luigi Pagani / Un Italiano in Islanda                                                                                                                                        Photo: ©WanderNorway   

Eppure, al di là delle traiettorie personali, emerge una chiave comune: la relazione con gli autoctoni. Non un'osservazione esterna, ma un'esposizione reale alla vita quotidiana, ai gesti, ai ritmi, alle consuetudini. È lì che il Nord smette di essere immaginato e diventa vissuto. Nell'intimità dei costumi e delle tradizioni locali si apre uno spazio relazionale più ampio, che non resta superficiale, ma che progressivamente si integra.

In modi diversi, sia io che Roberto siamo entrati, ciascuno secondo il proprio percorso, nel tessuto della società ospitante. Non come osservatori semplici, ma come presenze che, pur restando consapevoli della propria origine, partecipando a un sistema di relazioni più esteso. È questa capacità di attraversare il confine tra esterno e interno che, forse, segna la differenza tra il viaggiare e l'abitare davvero un luogo.

È importante chiarire che questo accostamento non si colloca sul piano delle esperienze formative o accademiche, dove il percorso di Roberto si distingue per profondità, rigore e riconoscimento. La sua presenza in Islanda si estende infatti ben oltre l'ambito dello studio, intrecciandosi con la ricerca, l'insegnamento e il contributo diretto al dibattito pubblico, proprio in linea con quella idea di lingua come sistema culturale complesso che attraversa tutte le sue risposte.

Photo: Roberto Luigi Pagani / Un Italiano in Islanda

Negli ultimi mesi, Roberto è intervenuto anche su uno dei temi più sensibili della società islandese contemporanea. Il 28 febbraio 2026 è stato pubblicato un articolo sul principale quotidiano del Paese, il Morgunblaðið, dal titolo “Chi deve insegnare l'islandese agli stranieri?”. In questo contributo affronta il ruolo dell'università nell'insegnamento dell'islandese come seconda lingua, sottolineando come questi percorsi non siano semplici corsi pratici, ma studi universitari a pieno titolo: programmi strutturati che includono grammatica, fonetica, cultura e che consentono agli studenti di comprendere la lingua come sistema.

Il suo intervento mette in luce anche un aspetto decisivo: molti studenti stranieri sono già parte attiva della società islandese, e scelgono consapevolmente di investire nell'islandese per vivere pienamente in quella lingua. Limitare l'accesso a questi percorsi significherebbe perdere una risorsa culturale e sociale preziosa.

E in questo passaggio, la lingua si rivela decisiva. Non solo come strumento, ma come vera è la propria chiave di accesso. Entrare in una lingua significa entrare in un popolo. Roberto, in questo senso, rappresenta un esempio emblematico: la sua esperienza in Islanda non si è fermata allo studio accademico, ma si è tradotta in una partecipazione concreta alla vita culturale e sociale del paese. Dalle interviste televisive sui temi dell'immigrazione e dell'apprendimento della lingua islandese, fino alla lettura dei Passíusálmar di Hallgrímur Pétursson nella Hallgrímskirkja, primo non madrelingua a farlo durante la tradizionale celebrazione del Venerdì Santo, il suo percorso mostra come la competenza linguistica possa trasformarsi in appartenenza riconosciuta.

Photo: Rafn Ágúst Ragnarsson / www.visir.is

Essere invitato a prendere parte a questa lettura non è un episodio isolato, ma il segno di un attraversamento riuscito. I Passíusálmar, infatti, non sono soltanto testi religiosi: rappresentano una componente profonda della memoria collettiva islandese, una tradizione che continua ad attraversare il tempo mantenendo intatto il suo valore culturale e identitario. Leggerli in islandese, in uno spazio come la Hallgrímskirkja, significa entrare, anche solo per un momento, in una dimensione intima della comunità, dove la lingua diventa veicolo di appartenenza.

È forse proprio qui che tutto si compie: nella consapevolezza che la lingua non è soltanto uno strumento per comprendere un luogo, ma un ponte sottile che permette di esserne, almeno in parte, compresi.